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Il Caso Caponi
"L'ultima
volta è successo proprio qui dietro. La prima, poco fuori il paese.
Ecco, questa è l'ultima foto che ho scattato…"
Così cominciò, il 23 Ottobre 1993, la nostra prima intervista all'allora
ventitreenne Filiberto Caponi (ceramista), protagonista di una
sconcertante serie di incontri ravvicinati con un "essere" di sembianze
non umane, corredata da una impressionante documentazione fotografica.
Teatro dell'inchiesta è stato Pretare d'Arquata, un piccolo paese in
provincia di Ascoli Piceno, che si inerpica su una collina, un paio di
chilometri dopo aver lasciato la S.S. Salaria.
Le foto che Caponi ci mostrò, gli originali da lui scattati con una
macchina Polaroid, erano e restano sconvolgenti. Mostrano, in sequenza,
un esserino in diverse posizioni, ora seduto, ora quasi eretto, in
condizioni fisiche penose. Sembra di piccole dimensioni, piuttosto
robusto, con la pelle che in alcune istantanee appare brunita e spessa e
nell'ultima completamente rossa, come insanguinata. Le foto furono
pubblicate dal settimanale Visto (n.43, 28 Ottobre 1993) e poi
presentate in TV durante il programma "I Fatti vostri" (Venerdì, 5
Novembre 1993) condotto da Giancarlo Magalli. Nel corso della nostra
inchiesta e durante gli ultimi tre anni, abbiamo dovuto riconsiderare,
tassello per tassello, tutta la vicenda, ricostruire i particolari,
incontrando più volte Filiberto Caponi e raccogliere altre
testimonianze. Non siamo ancora in grado di tirare delle conclusioni -
oggi - ma ci stiamo avvicinando alla possibile realtà di quanto avvenne
nei dintorni di Pretare d'Arquata (Marche), sul Monte Vettore, a partire
dal Maggio 1993.
UN TESTIMONE SOTTO PRESSIONE
Per inquadrare la
nostra storia dobbiamo doverosamente riferirci alla prima inchiesta
condotta dagli inquirenti del CUN che, dopo vari sopralluoghi, le
interviste al protagonista ed ai suoi familiari e i riscontri di altri
testimoni indiretti, riportarono i risultati delle indagini in un
rapporto dettagliato che consentì di tirare solo conclusioni
preliminari. Contemporaneamente, altri ricercatori avvicinavano Caponi e
da lui ottenevano dichiarazioni che, pur sostanzialmente coincidenti con
quelle rilasciate al CUN, portavano a diverse interpretazioni, come
quella di Massimo Fratini (CETI, Roma) sempre convinto della sincerità
del testimone. Se ne desumeva comunque un quadro contrassegnato da
alcune contraddizioni ed omissioni, emerse soprattutto quando alle
indagini si era imposto un ritmo investigativo più serrato. Come dire
che - sotto la pressione degli inquirenti, nel clima piuttosto convulso
precedente alla pubblicazione delle foto sul settimanale milanese e a
causa della presenza di giornalisti italiani e stranieri - la versione
dei fatti riferita da Filiberto Caponi (una ricostruzione nel tempo
sostanzialmente sempre coerente) purtroppo corroborava solo in parte le
foto stesse. Tant'è che il capo inquirente del CUN, Roberto Pinotti
richiedeva ripetutamente di visionare il materiale fotografico nella sua
completezza, sia per chiarezza sia per garantire al testimone la
necessaria autonomia nella gestione di materiale, in ultima analisi,
quanto mai delicato. Prova ne sia che furono successivamente sequestrate
dalla magistratura di Ascoli Piceno, con una procedura giudiziaria senza
precedenti, quali elemento di prova di un possibile reato (turbativa
della quiete pubblica, ecc.) a carico di Caponi.
Le fotografie, nel corso delle indagini del CUN, venivano quindi
analizzate visualmente ma non strumentalmente (essendo gli originali
ancora sotto sequestro giudiziale) restando pertanto in secondo piano
rispetto alla verifica del racconto del testimone diretto. Oggi, nel
ricostruire il caso di Pretare d'Arquata, presentiamo i fatti come
furono raccontati da Filiberto Caponi ai nostri inquirenti, in una
sintesi tratta da oltre trenta pagine di dettagliato rapporto di
Gianfranco Lollino. Torniamo quindi alla prima intervista, quella del 23
Ottobre 1993, svoltasi alla presenza dei familiari di Caponi.
LA NOTTE DEL PRIMO
INCONTRO
"Pensai di essermi imbattuto in un piccolo gatto che si lamentava,
chiuso in una busta di plastica".
Filiberto Caponi iniziò così la descrizione (agli inquirenti del CUN
Roberto Pinotti, Gianfranco Lollino e Massimo Angelucci, e Fabio Della
Balda del CROVNI di San Marino) del suo primo incontro con il piccolo
umanoide, un'entità isolata, da lui in seguito più volte fotografato.
"Era la sera del 9 Maggio 1993. Come sempre, rientravo da un giro in
macchina e stavo chiudendo il garage, proprio all'entrata del paese,
quando sentii un lamento diverso da quelli tipici degli animali. Scesi
in strada pensando anche ad un ubriaco che stesse facendo versacci. Poi,
in un angolo di una casa, vidi una 'palletta bianca', dalla cui
direzione mi sembrò provenisse lo strano lamento. Sorridendo, pensai di
aver trovato un gattino abbandonato, avvolto in una busta di plastica e
stavo per toccarlo con le mani, ma mi fermai riflettendo sul fatto che
avrebbe potuto graffiarmi. Perciò mi limitai a dargli un calcetto per
vedere se fosse uscito da solo. E lì il mio terrore, perché la 'palletta
bianca' è saltata su, mostrando di avere testa, braccia e gambe.
Ridiscesa a terra, è corsa via, salendo sul muretto che vi ho mostrato
prima. Comunque era molto veloce, aveva le gambe come fasciate e
appresso si portava qualcosa che ballonzolava, che sembrava una sacca,
che aveva sulla schiena, ma non era pelle. La pelle l'ho distinta solo
dalla testa e da quelle braccette che sembrava non usare, non le
muoveva".
Un'annotazione, rispetto a questo primo incontro, riguarda il fatto che
Caponi riportò sul piede destro, quello con cui aveva colpito l'entità,
una sorta di inspiegabile annerimento cutaneo, che sparì dopo tre
giorni.
UNA GARZA
IMBRATTATA DI SANGUE
Caponi pensò che si trattasse di una scimmietta, ma lo spavento era
stato grande e pertanto decise di riaprire il garage e rifugiarsi un po'
in macchina per riflettere, ascoltando la radio.
"Dissi fra me e me l'ho visto, ma non c'è, sarà stata la stanchezza,
forse era un animale…"
Comunque, rientrato a casa, la mamma si accorse subito che qualcosa non
andava, il ragazzo era cereo in viso. Venne così fuori la storia e
Caponi, con il padre, decise di tornare sul posto per cercare qualche
traccia dell'"animale". Sul muretto, dietro cui l'essere era scomparso,
il padre rinvenne una "garza medica imbrattta di sangue" che però non
portarono a casa perché era disgustosa e invece fu posta sotto una
vecchia lavatrice nel cortile, contando di andare ad Ascoli Piceno per
farla analizzare. Ma, nella notte, Caponi avvertì ancora lo strano
lamento, scese quindi di nuovo in strada, ma non riuscì a vedere nulla.
"Niente, proprio niente, non è possibile - spiega Caponi - e mio padre
si è affacciato per vedere e gli ho detto 'l'ho sentito, ma non so
dov'è' e lui mi ha detto di salire su in camera sua perché da lì avremmo
visto meglio. Siamo stati così un'oretta circa, poi mio padre si è
stancato ed è andato di nuovo a letto. Proprio in quel momento la 'cosa'
è ripassata... ho chiamato mio padre e così anche lui ha potuto vederlo,
solo per un attimo, mentre entrava sotto quell'arco, come una 'scheggia'
e mio padre mi ha guardato come per dire 'allora non stai
scherzando!'... in ogni caso mi ha detto di andare a letto, perché era
tardi (le 3 dei mattino)".
SI È VOLTATO PER
GUARDARMI...
La mattina dopo la sorella di Filiberto andò a controllare la garza, ma
era sparita.
"Sarà stato un cane che ha sentito l'odore del sangue - dice Filiberto -
comunque è stato allora che ho deciso di farmi prestare una macchina
fotografica da mio cognato. L'ho messa proprio sul comodino. Per una
settimana poi mi sono appostato lì (indica il posto) di notte pensando
che forse l'essere sarebbe ripassato e l'avrei fotografato".
Passarono però 15 giorni senza che accadesse nulla e Caponi aveva deciso
di scordare tutto, quando una sera...
"Erano circa le due di notte e sento di nuovo 'sto strillo. Mi alzo,
prendo la macchinetta fotografica (una Polaroid 660) e apro la porta -
racconta il ragazzo - mentre sentivo qualcosa che scalpicciava nel
brecciolino. Lo vedo arrivare, abbastanza da lontano, ad andatura non
veloce, quasi camminava. Scatto una
prima foto, la
Polaroid esce di sotto, la tiro fuori e la butto sullo scalino, pronto a
farne un'altra. Alla luce del flash si è arrestato come avesse notato la
luce, ma forse è... sordo, perché ho aperto la porta facendo rumore e
lui continuava a venire verso di me. Si è fermato e voltato solo quando
ho scattato la foto. Ho pensato 'ora faccio una corsa, scatto una foto e
poi scappo via, è un'occasione unica' e così ho fatto, mi sono lanciato
verso di lui di un paio di metri, l'ho
fotografato di nuovo
e sono fuggito gridando 'l'ho fotografato', senza nemmeno guardare dove
andavo, tanto che sono finito contro un muro. Mio padre sì è svegliato e
mi ha chiesto cosa fosse successo. Le foto si erano sviluppate sotto gli
occhi dei miei parenti: nella prima si vedeva solo un'ombretta che sta
arrivando, ma la seconda lo mostra benissimo di schiena, fasciato con
qualcosa, la testa e le braccette penzoloni. I miei sgranano gli
occhi... gli spiego che quando gli ho fitto la seconda foto ha voltato
leggermente la testa verso di me, senza girarsi del tutto. A mio padre
si sono drizzati i capelli sulla testa. Mia madre ha detto 'Santo Dio,
ma che cos'è?' E allora io li ho calmati e gli ho detto 'tanto le foto
ce le abbiamo, le mettiamo al sicuro, non le facciamo vedere a nessuno'
e abbiamo deciso di metterle in una scatola di legno, per studiarle con
calma l'indomani".
Ma il pomeriggio successivo Caponi:
"…Trovai il coperchio della cassetta curvo, annerito sotto, affumicato.
Mi chiedo cosa possa essere successo - spiega agli intervistatori del
CUN - poi apro la scatoletta e sento un odore di bruciato come quella
della plastica incendiata. Le foto sono attaccate fra loro e nella prima
la zona dell'immagine dove si trovava l'essere è gonfia e rovinata...
stacco la seconda foto e anche questa ha l'immagine gonfiata ed aperta,
solo in superficie, non era bucata".
Si tenta, a questo pulito dell'intervista, di dare una spiegazione
tecnica alle foto rovinate: Lollino chiede a Caponi se la pellicola
fosse stata già da tempo nella macchinetta fotografica e se per caso
fosse scaduta. Ma l'ipotesi di un deterioramento dovuto alla scadenza
del prodotto non si rivela valida, perché con la stessa pellicola sono
state scattate altre foto che non si sono rovinate. Come unica possibile
spiegazione rimane una interazione chimica tra le foto e una vecchia
batteria scaduta conservata nella scatola di legno insieme alle
immagini, come propone lo stesso Caponi.
Il problema è che tutto il materiale, compresa la scatola di legno,
Caponi sarebbe stato poi obbligato a consegnarlo ai Carabinieri della
stazione di Arquata del Tronto, successivamente alla pubblicazione sul
periodico già menzionato. Inoltre c'è da sottolineare che Caponi aveva
fatto circolare le foto (riproduzioni in diapositiva) presso giornali
romani ed agenzie di stampa.
CONFIDENZE AD UN AMICO
Torniamo al 24 Maggio 1993. La notizia si era ormai diffusa, in quanto
Caponi si era confidato con un amico:
"Ho fatto un grosso errore - spiega il ragazzo - quando un giorno sono
andato a trovare un amico falegname e gli ho detto tutto, lui mi ha
giurato che sarebbe stato zitto, ma una sera aveva bevuto un bicchiere
di troppo e nel giro di tre giorni tutto il paese sapeva della storia e
addirittura telefonò il Messaggero di Ascoli Piceno, che pochi giorni
dopo avrebbe pubblicato le foto bruciate. La storia si diffonde ancora
di più, anche se molti non mi credono e girano leggende popolari e in
paese circolano persone con macchine fotografiche, cacciatori. Una sera
vado al circolo e incontro l'amico che aveva spifferato tutto;
nonostante ciò ci faccio pace e ci incamminiamo fuori con altri due
amici. Ed ecco che tutti avvertiamo lo 'strillo', che proviene da dietro
il cancello di una casa che si vede in una delle foto pubblicate.
Decidiamo di andare a vedere ed io inizio ad arrampicarmi, mentre un
amico resta un po' indietro, un altro fa per salire anche lui ma si
ferma e allora tira dei sassi in direzione del lamento, che cessa
immediatamente. Torniamo al bar e viene organizzata una specie di
spedizione con gli altri, in tutto 15-20 persone, qualcuno con dei
coltelli - gli esaltati ci sono dappertutto - torce e macchine
fotografiche. Uno ha un cane da caccia. Andiamo tutti verso il cancello.
Sentiamo il lamento e il cane punta e parte, attraversa il cancello e
comincia ad abbaiare, quasi stesse lottando cori qualcosa che strillava
sempre di più. Poi il cane 'salta via' buttandosi giù da un muretto,
cade di schiena, si rialza e scappa di nuovo nascondendosi in un
angoletto. Gli altri presenti cominciano a guardarmi senza parlare.
Però, quando propongo di accerchiare la fonte del suono per scoprire di
che si tratta dicono tutti di no. Comunque da quel momento in paese
cominciano a credermi un po' tutti e vengo intervistato da un
giornalista di 'Stop', il quale però quando vede le foto bruciate non
ritiene opportuno acquistarle".
Si diffonde quindi, con il tempo, la sensazione che qualcosa di strano,
effettivamente, stia realmente interessando il piccolo paese. Sino all'8
Agosto, quando Pretare è oggetto di un nuovo fenomeno insolito: molte
galline del paese muoiono misteriosamente, alcune subendo amputazioni di
arti o della testa, ma senza i segni di morsi né di sangue. Sono state
rinvenute tutte ammucchiate. Il fatto rimane inspiegato, perché è
difficile che un predatore, come una volpe o una donnola, abbia fatto
tanto danno da solo in una notte.
ERA ANCORA "LUI"
In sintesi, sin qui, Caponi aveva avuto due incontri con l'umanoide.
Giungiamo alla notte dell'11 Agosto 1993, quando Caponi se ne stava
fuori, su una panchina, a guardare le stelle cadenti.
"…erano le 5 del mattino e ad un tratto, davanti alla porta del mio
laboratorio, ho visto di nuovo quella palla bianca, che si muoveva;
all'inizio ho pensato che fosse il mio gatto, ma poi, osservando bene,
mi sono accorto che era 'lui', seduto, che si guardava intorno. Allora
sono entrato in casa, ho preso la macchinetta fotografica Polaroid e mi
sono affacciato alla Finestra. Lui era ancora lì, per cui sono sceso e
gli ho fatto una foto. Alla luce del flash l'essere tira indietro la
testa, si alza, inclina la schiena, si incurva e appoggia la nuca sulla
schiena e corre via. Allora mi dico, stavolta l'ho fotografato proprio
bene, speriamo la foto non si rovini come le altre, decido di non dirlo
neppure ai miei genitori e la tengo nel cassetto". La foto
che pubblichiamo,
fino ad oggi era inedita. Ricordando che le foto Polaroid, con il flash,
non possono essere scattate in rapida successione, questa in particolare
(da una cartuccia nuova) mostra l'esserino apparentemente ancora avvolto
nel suo "involucro protettivo esterno", e parzialmente coperto da garze
o bendaggi biancastri. Filiberto descrive così il rivestimento: "possono
essere pantaloni, messi in maniera strana e l'essere ha una cosa come di
cuoio sulle spalle, con delle striature messe a rombo".
UNA SECONDA
"PELLE" PROTETTIVA
Passano nove giorni, è il 20 Agosto, un ulteriore incontro e Caponi
scatta due nuove foto, sempre con la Polaroid, nonostante il settimanale
"Visto" abbia scritto che sono state realizzate con una macchina
professionale.
"No, sempre Polaroid, ci convivevo quasi, mentre un amico me ne aveva
prestata un'altra ma gliel'ho resa senza usarla mai. Apro la finestra e
lo vedo seduto al centro del cortile. Scendo e gli faccio una
prima foto. Lui
fai il solito movimento, gira lentamente la testa e io scatto per la
seconda volta,
spostandomi di lato. A questo punto lui scappa. Non sono riuscito a
dirgli niente, avrei voluto. L'essere che era sempre apparso con delle
'garze' intorno alle gambe, qualcosa di simile a cuoio dietro la
schiena, questa volta non ha più il suo involucro, appare nudo, con due
tubi sul torace che sembrano muoversi leggermente sotto la pelle, come
per la pressione di un liquido o di aria, o di un fluido, non so se per
effetto della respirazione. I tubicini si muovevano entrambi
ritmicamente. E un'altra cosa importante: sono sicuro che era bagnato,
il corpo scolava acqua, gocciolava. Ma non pioveva. Dalla testa in giù,
l'acqua gli passava accanto all'occhio come del sudore. Voglio
sottolineare che quella sera anche mia sorella aveva udito dei rumori,
sul terrazzino di casa, dove mio padre ha due bidoni in cui mette
l'acqua per annaffiare i fiori. Abbiamo pensato che forse era andato a
bagnarsi. I bidoni dovevano essere entrambi pieni, invece uno era a
metà. Insomma, forse si era liberato della 'casacca', si è immerso in un
bidone, si è lavato ed è saltato dal terrazzino, producendo un piccolo
tonfo sentito da mia sorella. Sono sceso di sotto, per vedere se aveva
lasciato la sua tuta, ma non c'era nulla. Tranne un piccolo buco, sotto
casa, non più largo di 25-30 centimetri, che si apre su una stanza
murata. L'ho illuminato con la torcia, ma non ho potuto vedere bene
dentro".
Emerge poi un altro particolare forse di grande importanza, quando gli
inquirenti chiedono a Caponi maggiori dettagli concernenti l'aspetto
fisico della creatura ed il colore della sua pelle. Si ipotizza che la
sua epidermide, così come appare nelle due foto che lo ritraggono
seduto, sia in realtà una sorta di "tuta" che aderisce perfettamente al
corpo e lo avvolge completamente. Ora alla luce di quanto visto nel film
"Indipendence Day" - gli alieni vi sono rappresentati come inseriti
all'interno di uno scafandro biologico che viene sezionato dal chirurgo
nell'Area 51 - ci sembra una coincidenza quanto mai singolare.
La differenza, nelle foto riprese da Caponi - nell'umanoide con e senza
questa specie di "protezione" - appare netta dall'ultimo scatto, in cui
l'essere è in una posizione semi-eretta e presumibilmente
"scarnificato".
L'ULTIMO
INCONTRO
È trascorso circa un mese, arriviamo pressappoco al 20 Settembre 1996.
"Mi appostavo ormai tutte le notti - spiega il testimone - non dormivo
più e tuttora ne risento. In quel caso, verso le 3 del mattino, lo vedo
sotto casa. 'Stavolta, mi dico, prima di fotografarlo chiamo qualcuno.
Sveglio mia nonna, che dorme nella stanza a fianco, ma dalla finestra
non riesce a vederlo, nonostante fosse lì sotto. Lui era in piedi.
Allora scendiamo e mia nonna finalmente lo vede in tutto il suo
splendore - aveva paura perché pensava che si trattasse di un'entità
maligna - e si mette a strillare, mentre tento di calmarla, io mi
avvicino e
lo fotografo".
Poi si ripete una scena già vista: l'essere inclina la schiena, poggia
la testa e corre via, rincorso da Caponi. Anche la nonna, Perla Antonia,
ha raccontato la sua esperienza, caratterizzata dal timore che l'essere
potesse far del male al nipote:
"Filiberto, scappa gli ho detto - perché cominciavo ad aver paura".
"Ma - sottolinea ancora Caponi - ormai lo rincorro fino sotto l'arco,
fino in campagna, quella notte pioveva, ero tutto bagnato lì, in mezzo
all'erba, poi l'ho perso di vista".
Emergono altri dettagli importanti, sollecitati dalle domande dei nostri
inquirenti:
"L'essere faceva rumore nel muoversi, la sua struttura dorsale è
piuttosto stretta, ma di lato sembra larga, cioè praticamente il
contrario di come siamo fatti noi. Sembra costruito per correre, le
braccette non le usa, se le porta appresso e la sua corsa ricorda quello
dello struzzo, a balzi. Le sue dimensioni? È molto piccolo, non più di
70 centimetri, sbatte i piedi per terra, sembra che pesi il doppio di
quello è realmente. Ha due buchetti per il naso, ma niente orecchi".
Dunque, in sintesi, gli incontri di Filiberto Caponi con la strana
creatura sono stati cinque (nel primo, del 9 Maggio non lo ha
fotografato). Le foto sono state scattate il 24 Maggio (due foto), l'11
Agosto (una foto, dove è inglobato nell'involucro scuro), il 20 Agosto
(due foto, in cui l'essere è a sedere) e il 20 Settembre (l'ultima, che
lo ritrae "in piedi", irrorato di una sostanza sierosa o sanguigna,
davanti al laboratorio).
RITRATTO DI
UN "ALIENO"
Nell'intervista rilasciata agli inquirenti del CUN, Caponi ha descritto
minuziosamente e a più riprese l'aspetto fisico dell'essere.
"La testa è sferica con due occhi frontali e allungati ai lati; questi
ultimi sono fissi e, visti da vicino, sono simili a quelli di una mosca,
a nido d'ape, come un insieme di tanti punti neri, lucidi, quasi di
plastica".
Gli occhi erano ovali, spiegò ancora Caponi, e non si chiudevano, il
volto "non mostrava alcun movimento, tranne quello della bocca che si
apriva e chiudeva in continuazione, la bocca è umida, segno di una certa
salivazione e le gengive dure, non ho visto denti, né lingua".
Durante gli incontri c'era stata sempre una discreta illuminazione
stradale e si distingueva bene l'ombra proiettata dal corpicino. La
testa "si girava in continuazione, ma non sembrava che guardasse
soltanto me, come se stesse curiosando o se fosse in allarme".
La bocca "vista di profilo, ha una forma vagamente a becco e ricorda
quella di una tartaruga. La pelle è ruvida, raggrinzita e rugosa, mentre
quella della testa è completamente liscia, ma macchiata. La testa e il
petto sono chiazzati di bianco e di giallo".
Passando agli arti, "le gambe sono snelle, e muscolose, con un polpaccio
molto sviluppato. Nelle mani si distinguono tre dita, ma l'essere non le
muove, e non muove neanche le braccia, che sono esili e vi si distingue
la fibra muscolare che viene contratta nei movimenti, anche se
impercettibili, perché appaiono atrofizzate Le mani sono pressoché
immobili, vi si notano appena le dita, solo quando imprime un movimento
alla spalla".
(Filiberto intanto fa un
disegno
dell'essere).
Il particolare che più sconcerta nella descrizione di Caponi è quello
dei due piccoli "tubi" che fuoriescono dal torace del presunto alieno:
"I tubi gli escono e rientrano nella pelle - descrive Caponi - però
sembrano una cosa in più, che non c'entra niente con la struttura
dell'essere, quasi fossero un'aggiunta. I tubi si muovono, anche se
poco, mentre la pancia sembra immobile, come se non respirasse".
Filiberto è rimasto colpito soprattutto dalle gambe: "sono la parte più
forte - dice agli inquirenti - più potente, considerando il modo in cui
corre. Ha due sole dita nei piedi, una leggermente più lunga dell'altra,
forse il pollice. Ed infine ci sono da notare tre gobbette sul dorso,
lui appoggia la nuca in corrispondenza della prima che è la più grande.
Non ha mai emesso alcun suono comprensibile. Il suo verso è composto da
due 'colpi secchi e precisi' alternati da un lamento regolare. Sembrava
comunque interessato alla luce: nell'ultima foto l'ho preso mentre
fissava il lampione, ha una reazione quasi di stupore o di piacere al
flash, ho pensato quasi che a volte si mettesse 'in posa'. Un'ultima
cosa, ho pensato anche di catturarlo, ma poi ho capito che era un'idea
assurda".
L'intervista si conclude con delle considerazioni amare da parte di
Caponi: "Quello che mi dà fastidio è che a questi fatti non venga data
l'importanza che meritano, visto che se ne è parlato solo su di un
giornale scandalistico. Ma è anche vero che nessuno se ne è interessato
eccetto loro. Per quanto riguarda i presunti ufologi che mi hanno
contattato a ripetizione, mi sono fidato di ben pochi". "Se poi -
conclude - qualcuno pensa che lo stia prendendo in giro, me lo dimostri.
Ora potete fare le vostre investigazioni e trarre le vostre
conclusioni".
IL CASO
RESTA APERTO
Come detto in apertura d'articolo, Filiberto Caponi si dimostrò con gli
inquirenti CUN disponibile a raccontare la sua verità, ma si mantenne
piuttosto "guardingo" probabilmente sia a causa delle pressioni che
all'epoca stava ricevendo da ogni parte, sia per la fortissima tensione
causata da tutto ciò in seno alla sua famiglia.
Nella sua testimonianza si palesarono delle incongruenze proprio
rispetto al numero delle foto in suo possesso ed al loro rilascio in
pubblico, a mezzo stampa o media televisivi. Una diffusione da cui
sarebbe stato legittimo trarre dei ritorni economici. Purtroppo, pur
essendo stato sconsigliato in tal senso, Filiberto non seppe gestire al
meglio materiale tanto sconcertane e delicato.
Così, in seguito, a causa dei clamore suscitato dalle sue dichiarazioni
in merito all'avvistamento dell"'umanoide di Pretare", Caponi venne
formalmente accusato dai Carabinieri e indagato nel contesto di un
sorprendente procedimento penale per direttissima per "diffusione di
notizie false o esagerate tendenti a turbare l'ordine pubblico" ed il
materiale fotografico gli fu confiscato, in quanto iscritto agli atti
giudiziari a suo carico.
Nel Maggio del 1994 il GIP ha emesso un decreto di archiviazione sul
caso che scagiona completamente l'interessato. Come giornalisti, non ci
risulta che mai un procedimento giudiziario sia stato istruito su tali
basi: nei confronti cioè di chi abbia contribuito unicamente a
diffondere notizie, come in questo caso, certamente non lesive nei
riguardi di chicchessia.
Il provvedimento giudiziario è stato preso subito dopo gli interventi di
organi dì informazione francesi, tedeschi e giapponesi, con l'effetto di
congelare tutta la questione. Noi abbiamo sempre cercato di capire.
E oggi, dopo il proscioglimento, quanto sappiamo ci impone ancora di più
di considerare questo caso aperto, pur in assenza di segnalazioni
ufologiche concomitanti accertate. Perfino dall'Inghilterra l'ufologo e
scrittore Timothy Good - come ci ha confermato di persona nei giorni
scorsi - è convinto della validità del caso Caponi.
Crediti: EdicolaWeb.it
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